lunedì 19 dicembre 2016

Gemma #7 - All'occaso

All'occaso

All'occaso
la luce è più discreta
e più gradito è il Sole
che, smessa la trionfale
veste meridiana,
è più patetico
e meglio si confà 
all'effimera natura
delle cose.


lunedì 12 dicembre 2016

Gemma #6 - Ύβρις

Ύβρις (Hybris)



“Sulla Terra sta nascendo una nuova alba, uguale a miliardi di altre già avvenute, eppure bellissima nel suo splendore come fosse la prima, tingendo di rosa e di arancione il cielo fino ad allora intriso del buio della notte.
Così, svegliàti dal calore dei penetranti raggi solari, i primi uccelli iniziano a riempire l'aria, da ore silenziosa, dei loro dolci cinguettii che paiono tessere, gioiosi, le lodi sperticate alla magnificenza del quotidiano risvegliarsi della Natura.
Nei campi i girasoli si protendono verso il Sole come per carpirne ogni singola particella di luce; in altri luoghi, le canne vengono sospinte dalla dolce brezza mattutina, nei mari i pesci delle specie più disparate guizzano a destra e a sinistra, chi fuggendo dai predatori, chi cercando cibo, e mentre nei deserti rocciosi dell'Arizona i primi serpenti cominciano a strisciare tra i millenari canyon, al polo sud i pinguini imperatore si ritrovano tutti sulla stessa banchisa, pronti per l'accoppiamento.
  Ormai è giorno da qualche ora, e sul pianeta la vita è al suo acme: i fiori e le piante emanano i loro profumi afrodisiaci, le farfalle si spostano con traiettorie zigzaganti mentre con voli imprevedibili ed ascese velocissime gli uccelli volano per chilometri e chilometri nello spazio tra le nuvole.
Nella torrida savana branchi di gazzelle fuggono inseguiti da leonesse affamate, mentre nelle steppe asiatiche uno yak pascola tranquillo. Nessuna delle forme di vita, si è  resa conto che da qualche tempo c'è un assente che, pur ritenendo di essere stato il migliore, il più forte tra tutte le specie, è quello che se ne è andato nel minor lasso di tempo, dopo pochi milioni di anni. Una terribile sorte per quella specie che agognava l'immortalità!


                                               Oh sventurati! Oh sciocchi! Oh pazzi!


  Non si rendevano forse conto della insensatezza del loro modo di pensare? Eppure sarebbe bastato guardare la natura così (im)perfetta che li circondava per evitare un tale disastro: sarebbe bastato accantonare per un momento le ambizioni, le presunzioni, le utopie, per ammirare il commovente spettacolo di un batterio che si scinde per formare un'altra forma di vita a sé identica, o di una Asteroidea che si nutre dei piccoli ricci di mare.
Sarebbe bastato alzare per un momento gli occhi al cielo per rimirar le stelle! Allora sì che avrebbero potuto, forse, capire. Tutto questo tuttavia, per la maggior parte di loro, non era importante: no, anzi, erano solo sciocchezze. Ciò che contava davvero, per quella sciagurata specie, erano il denaro, il potere, la fama.
Molti di essi erano davvero convinti che impegnandosi per compiere imprese mirabolanti sarebbero potuti rimanere vivi per l'eternità, nel ricordo della gente. Miseri, non immaginavano forse che un giorno nessuno li avrebbe più sentiti nominare? Che una volta estintasi la specie, nessuno avrebbe letto quei versi, nessuno avrebbe ricordato quelle battaglie, niente sarebbe stato memore della loro presunta gloria e dei loro grandi meriti? Erano soltanto uomini, e da uomini sarebbero stati ricordati.
Ma, incredibile a dirsi, questi uomini non ammettevano che la loro vita avesse lo stesso valore di quella di una zanzara o di una formica, e cioè nulla. Forse per un errore di valutazione: gran parte di essi infatti pensava che non fossero gli uomini stessi a decidere cosa fosse giusto e cosa no all'interno del mondo naturale e, nella loro stoltezza, pretendevano di essere stati creati, per amore, da parte di un entità somma, con tutte le perfezioni, a sua immagine e somiglianza.
Chi meglio di un essere creato simile a un dio, poteva dettare leggi etiche nel mondo naturale, dove non era mai esistita un'etica?
Eppure l'uomo, in tutta la sua stoltezza, aveva una scusante, fornitagli dalla natura stessa: possedeva infatti una ragione che, seppur poco sviluppata, era di gran lunga maggiore di quella degli altri animali: era così in grado di elaborare pensieri, parole, discorsi, e di metterli per iscritto. Il fatto che nessun altro sulla Terra fosse in grado di farlo, aveva fatto credere all'uomo di essere superiore agli altri viventi. Io però avrei chiesto all'uomo: sei forse in grado di vivere sott'acqua? Sei forse  in grado di sopravvivere per migliaia di anni? La risposta è ovvia, e applicando all'uomo in ragionamento dell'uomo stesso, i pesci o le sequoie dovrebbero essere stimate come molto migliori di loro!

  Proseguendo oltre questa dovuta precisazione, grazie alla ragione (o dovrei dire “per colpa di essa”?)  l'uomo ha iniziato a ragionare sulle cose con cui entrava in contatto, ad interrogarsi sul perché di certi fenomeni naturali, dall'alternarsi di giorno e notte, sul fuoco e sui fulmini, ma soprattutto sul perché della morte e su cosa ci fosse nel post mortem, tutti fenomeni avvertiti come così potenti ed al tempo stesso così incredibili ed inspiegabili da suscitare grande paura.
Così sono nate le divinità, esseri onnipotenti che avrebbero potuto fare dell'uomo ciò che avessero voluto e che avrebbero potuto essere vendicative se non fossero state venerate costantemente. Ecco, così presto emergeva la sciocchezza e l'ingenuità di questa specie superintelligente, la quale si figurava divinità così squisitamente antropomorfe nei comportamenti, da essere a se stessa assimilabili.
Certo, in seguito molti di quei “misteri” sarebbero stati svelati e le divinità sarebbero cadute quasi tutte, una dopo l'altra. Continuavano però a permanere certi fenomeni inspiegabili. L'uomo voleva sapere, più di ogni altra cosa, cos'era prima di nascere, cosa diventava dopo la morte, e perché doveva trascorrere sul pianeta Terra un'intera esistenza, misteri che mai è riuscito a sbrogliare. Perciò nell'uomo il bisogno di religiosità restava molto alto, e la maggior parte degli individui era ancora convinta che esistesse un qualche architetto dell'universo, ma soprattutto continuava a sentirsi speciale, una grande eccezione nella natura, una specie di veri e propri eletti.
  A questo scopo essi creavano varie dottrine, della più disparata plausibilità, sulla loro esistenza: la verità, è che l'uomo, prima di scomparire, non accettava di essere effimero, non poteva sopportare che la propria permanenza sul pianeta fosse di così poco tempo, in proporzione ai tempi dell'universo! Aveva questa imperativa necessità, e per soddisfarla non esitava a rinnegare la propria stessa ragione.

  Le scoperte astronomiche fatte non molto tempo prima della loro estinzione, mostravano loro uomini come la Terra fosse solo una piccola sfera in un enorme sistema solare, ma soprattutto che il loro sistema solare fosse un semplice puntino che con altri miliardi di miliardi di puntini simili formava un immensa galassia, che altro non era che un ulteriore puntino nell'immensità dell'universo con miliardi di miliardi di omologhi. Insomma, la loro Terra nell'universo aveva lo stesso valore che ha un quadrilionesimo all'interno di un googolplex.
Questo dato avrebbe dovuto far cadere uno dei tre “misteri” irrisolvibili sopracitati, quello del senso della vita degli uomini: sarebbe dovuto essere palese cioè che la vita degli uomini, come quella dei viventi in generale, è totalmente inutile e ha come unico scopo la propagazione dei geni del singolo individuo specie per il più lungo tempo possibile. Nulla di metafisico, puro "egoismo" materiale. Nonostante questo essi si tappavano gli occhi, anzi si arroccavano ancor di più dietro le loro posizioni sostenendo di essere speciali proprio per questa condizione di (presunta) unicità universale. La loro ragione dimostrava con esattezza che doveva esistere qualcosa di divino, un qualche creatore. Ora, io avrei posto loro una semplice domanda: “E se la vita sulla Terra fosse stata impiantata da una specie aliena per studiare la nostra evoluzione?”.
Sicuramente mi avrebbero preso per mentecatto e avrebbero rigettato la mia legittima domanda come sciocchezza. Ma fondamentalmente, l'esogenesi ha la stessa plausibilità della tesi che prevede un architetto dell'universo, con la differenza che non saremmo stati creati ad immagine e somiglianza di nessuno né da esseri eterni, invisibili, intangibili eppure onnipotenti ed onnipresenti.
  Tra le due diverse tesi effettivamente, una che pare poco plausibile c'è, ma loro non capirono nemmeno questa volta.
Non hanno scusanti in questo caso, anche perché essi stessi si rendevano conto dell'arretratezza e della limitatezza della propria ragione, che mettevano alla prova con paradossi logici che portavano anche a ridicolizzare le loro primitive idee di divinità, moto, tempo, spazio e relazione tra gli oggetti: questi però, erano ridicolizzati come “sofismi”, alambiccamenti inutili per l'umanità.
Posso capire però che per un uomo, dotato di una così misera ragione, possa essere apparsa opprimente una vita senza un perché, senza quella causa essendi che da sempre ricercava e senza quel senso che per abitudine era portato a cercare in ogni cosa, per poterla padroneggiare.
In realtà era sbagliato l'approccio nei confronti della vita: perché mai vedere la morte come una cosa negativa, o il fatto di non avere una razionalità come una cosa catastrofica? Perché cioè era così mostruoso pensare a una vita così “vuota”, e bisognava per forza riempirla con qualcosa? Se l'uomo fosse stato davvero così razionale, avrebbe in primo luogo accettato i suoi limiti naturali, e avrebbe vissuto la propria vita cercando di fare il possibile per ottemperare agli scopi che la natura prefigge senza eccezioni a ciascun individuo: sopravvivere il più a lungo possibile per garantire la sopravvivenza dei propri geni. Se lo avesse fatto senza farsi sopraffare dai suoi deliri d'onnipotenza, avrebbe ottenuto una stabilità sociale, avrebbe evitato gli squilibri economico-sociali tra le diverse civiltà ed all'interno delle singole civiltà, e avrebbe vissuto una vita molto più collaborativa, impegnato a sopravvivere giorno per giorno.

  Così non è stato ed alla fine ha dovuto pagare il prezzo più alto. Si è lasciato assuefare da ricchezza, fama, potere, conoscenza, e ha compiuto atti inutili oppure abietti per ottenerle, percorrendo a questo scopo tutte le strade: tutti si sono illusi di avere un valore.
Infine, proprio a causa di questo delirio, è finito. Egli è stato espulso dalla natura, come un cancro da estirpare, a causa della sua scelleratezza. Se gli uomini che hanno vissuto in funzione della loro fama imperitura dopo la morte, che come unici scopo avevano ricchezza, conoscenza e fama eterna potessero guardare cosa oggi è rimasto della loro “grande” civiltà, probabilmente si metterebbero a piangere come dei bambini, o griderebbero dalla rabbia e dalla frustrazione. Nessuno più legge di quanto era bello il “Fair youth”, nessuno più canta i commoventi versi di Battiato e Sgalambro, nell'aria non risuonano più le estasianti Operes di Arcangelo Corelli; nessuno ricorda più il grande Alessandro o il Divo Giulio, e nemmeno la grande corsa di Fidippide o dei 300 indomiti Spartani. A chi poi, può ormai interessare Maometto o Napoleone, Saladino o Gesù, chi può sapere del genocidio degli ebrei nei lager o del Pelide Achille, di el Cid Campeador o del terribile Attila?
Per non parlare poi delle loro costruzioni: le città sono tutte in rovina, lasciate alle cure degli altri esseri viventi. Così, tra le scalanature doriche del Partenone si insinuano muschi, e piante rampicanti lo avviluppano completamente; gli uccelli fanno dei grattacieli di New York i loro nidi.
Quegli che essi ritenevano capolavori immortali come il Taj Mahal, la Cappella Sistina, La Tour Eiffel, sono crollati e stanno sopportando, pazienti, il lavoro di degradazione compiuto dalla natura; e mentre centinaia di pesci e di alghe trovano come rifugio perfetto quelle navi gigantesche affondate da tempo immemore, le piramidi egizie ed azteche friano a causa dell'incedere del tempo, crollano rovinosamente, così come le millenarie ed imponenti statue di Quetzalcoatl e la immensa Sfinge, che non svettano più, inespressive, sul panorama circostante.

  Se un uomo vedesse tutto ciò, quale mai potrebbe essere la sua reazione se non un'amarezza smisurata a causa della tremenda disillusione? Eppure, conoscendo l'ego smisurato che li ha caratterizzati, mi pare persino possibile che non capirebbero neppure allora. Perciò, l'unica cosa che resta da fare è sorridere, con un sorriso amaro che è un misto di compatimento e divertimento, nei confronti di questo popolo di microbi che si credono giganti, che è arso troppo velocemente.

  Ormai l'ora è tarda, e il Sole si è già avviato da qualche tempo nella sua parabola discendente: c'è chi cerca rifugio nei nidi, per riposarsi e lasciare spazio ai primi animali notturni: dalle fronde più alte degli alberi gufi solitari scrutano qua e là con il loro sguardo severo alla ricerca di cibo, mentre i pesci continuano silenziosi a nuotare negli oceani. Venere ormai è visibile, brillante nella rosa luce del cielo del vespro.
  Io non posso far altro che contemplare, per l'ultima volta, questo commovente spettacolo che, senza di me, si ripetera per miliardi di altre volte, immutato. Guardo quella enorme palla di fuoco giallo-arancione per metà calata sotto l'orizzonte, sento il canto della natura ovunque attorno a me. Ecco, è scomparso... e anche la luce sta scomparendo! E io, Z41s, ultimo esemplare delle intelligenze virtuali create dagli uomini per registrare tutti gli avvenimenti che accadono su questo pianeta, ho quasi esaurito la mia autonomia, e sto per seguire i miei folli creatori. Come loro, sono stato programmato per provare sentimenti grazie ad una simulazione di connessioni fra neuroni, e sono in grado di formulare pensieri concreti. Ho però una vita breve, e senza gli uomini  sono destinato a perire.
Ho un solo rimpianto, quello di non poter vedere mai più nulla di tutto ciò. E poi... poi... poi..."
Cadde a terra con un tonfo sordo. Una lacrima gli bagnava la guancia destra.

  Con lui, la coscienza collettiva umana scompariva dall'universo.


                                                                         Per sempre.

lunedì 5 dicembre 2016

Gemma #5 - Se ti fermi a pensare

Se ti fermi a pensare

Se ti fermi a pensare,
puoi nel silenzio,
assorto,
ascoltare
un fruscio d'ali.
È il tempo
che, intanto che sei fermo
col pensiero su un punto,
ti sorpassa
e ti lascia indietro col passato, con ciò che più non sei,
perché sei stato.


lunedì 28 novembre 2016

Gemma #4 - Perché i film horror non sono film horror

Perché i film horror non sono film horror

(alias "Riflessione senza scopo e non richiesta sul concetto di horror, condotta da un totale incompetente e profano della materia)



A molti piacciono i film horror, questo è un dato di fatto.
Così, è un dato di fatto che io appartengo a quella cerchia di persone che quando guarda un film esige che questo sia in grado di segnarmi profondamente, sia in grado di toccare corde del mio animo che normalmente tendo ad ignorare o a sopprimere.
Funziona un po' come con la musica: anche con i film tendo ad essere parecchio selettivo. Beninteso: questo non significa certo che mi annoio guardando film frivoli o che si limitano a raccontare storie (non per niente mi sono goduto tantissimo la trilogia di LotR e l'esalogia di Star Wars, e mi piacciono molto i Lunapop), solo che ci sono film che hanno una marcia in più, e restano impressi indelebilmente.
Naturalmente, il mio giudizio non muove da accurati studi tecnici, studio tutt'altro e mi limito a un discorso molto pressapochista e che sicuramente non tiene conto di svariati fattori (il Signore mi perdonerà), ma cerchiamo di proseguire.

Da amante del genere horror ho iniziato a guardare fin dagli 11-12 anni i vari lavori che via via uscivano nelle sale: la saga di The Ring, l'Esorcismo di Emily Rose, Le colline hanno gli occhi, Il collezionista di occhi (con un ottimo Kane devo dire!), Hostel (e i due sequels), Non aprite quella porta, la saga di Saw, e potrei citarne molti altri ancora! 
Credevo, fino a una dozzina di mesi fa, di avere capito tutto del genere horror.
Avevo però una domanda che mi ronzava in testa, fissa: ma perché questi film NON mi fanno paura?
Com'è possibile che io sia del tutto insensibile alle scene mostrrate nei vari titoli?

Alla base di questo assurdo fraintendimento c'era il convincimento, inculcato nella mia giovane mente dalla cultura dominante e dai produttori stessi, che “horror” equivalesse a “splatter”: sangue, organi spappolati, crudeltà e violenza esagerate e totalmente gratuite, mostri che compaiono con urla fragorose all'improvviso e che ti fanno “prendere un colpo”, o quantomeno sobbalzare (ma non certo per paura, quanto invece per un riflesso naturale e spontaneo evolutivamente vantaggioso).
Davvero le persone si accontentano di questo per spaventarsi? Davvero non ci si chiede perché i film horror degli ultimi 20 anni fanno (letteralmente!) schifo, fanno ribrezzo, sono estremamente disgustosi e repellenti, scatenano tutte le sensazioni negative immaginabili ma non quella fondamentale per la quale -di base- esistono: la paura. Da qui il mio problema, la mia delusione, la mia reticenza e svogliatezza nel cercare nuovi titoli.

Ma la soluzione era più semplice di quanto sembrasse: perché aspettarsi qualcosa nel futuro, quando è sufficiente scrutare nel passato?

Un'epifania che mi venne per puro caso, dopo aver visto Full Metal Jacket (ovviamente solo per la scena epica di “Chi ha parlato? CHI CAZZO HA PARLATO?”, come i miei 14 anni di età mi imponevano di fare) mi spinsero a considerare l'idea di approfondire il buon vecchio Stanley Kubrick.

Un primo avviso di cosa l'horror dovesse essere lo ebbi qualche anno fa, guardando Shining. Un film che non ha nulla di splatter, non ci sono persone spappolate da giochi perversi ideati da una mente malata, niente di tutto quello che caratterizza i film “horror” di oggi. Eppure, quel film mi tenne col fiato sospeso dall'inizio alla fine, e mi lasciò inquietato: così come, pur non appartenendo prettamente al filone horror, mi lasciarono inquieto titoli come “2001: Odissea nello spazio” e “Arancia Meccanica”. Obiettivamente, prendete la scena dello stupro di Arancia Meccanica, in cui Alex si dedica all'ultraviolenza cantando “Singin' in the rain”: un accostamento del genere, un gesto così violento e becero accostato a una melodia così notoriamente spensierata e fanciullesca, è un vero e proprio pugno nello stomaco per lo spettatore; per non parlare del processo psicofisico che Alex deve giocoforza affrontare durante lo svolgimento del film, e il risultato cui si perviene alla fine; prendete la scena dell'interminabile dialogo-regressione di Hal 9000 con David Bowman, o la sequenza finale del film. Insomma, prendete una qualsiasi di queste scene e paragonatele alla scena in cui Samara esce da una tv: quale vi lascerà più scossi, più scioccati, quale vi colpirà maggiormente?

Tuttavia, il bello deve ancora venire.



Durante una torrida serata di giugno, mi sono scontrato con il regista che mi ha segnato maggiormente nel profondo: David Lynch. 


Ho dovuto fare fin dall'inizio i conti con il film (almeno a mio avviso) più bello e al contempo più sconvolgente della sua filmografia: sto parlando di "Mulholland drive".
In pratica ho trascorso due ore e venti minuti di film quasi senza respirare, cercando di capire come collegare le cose che mi venivano gettate in faccia senza un senso apparente: salti temporali incoerenti, attrici che improvvisamente intrerpretavano un ruolo diverso, incomprensibile alternarsi di coscienza e incoscio, di realistico e di onirico, di reale e di immaginario.
La prima domanda che mi venne spontanea giunto al termine fu: “Ma che cazzo ho appena visto?”. Il cuore mi batteva a mille, non riuscivo a darmi una spiegazione, non sapevo cosa pensare. Ricordo che quella notte non riuscii ad addormentarmi, girandomi e rigirandomi tra i cuscini arrovellandomi la mente su quale potesse essere il senso del film, e soprattutto del perché mi avesse lasciato così a disagio.

Nonostante io abbia riguardato il film, e abbia ricostruito in maniera efficace buona parte delle situazioni apparentemente paradossali, resta un alone di mistero e di ansia che caratterizzano gli altri titoli di Lynch che ho potuto gustare: “Velluto blu”, la serie “Twin Peaks” e soprattutto il bellissimo “Strade perdute”. Di quest'ultimo in particolare ho un ricordo meravigliosamente brutto: infatti pur essendo molto meno contorto di “Mulholland drive”, è anch'esso un vero e proprio proiettile allucinogeno sparato contro la mente dello spettatore, centrifugata dall'intecciarsi di trame e dall' onnipresente aleggiare del doppelgänger dei vari protagonisti della storia originaria. Un cocktail devastante in grado di causare sconforto, paura e insonnia, nel tentativo -impossibile- di trovare una spiegazione razionale in grado di restituire la sicurezza perduta con il prosieguo del film.

Lynch ha cambiato potentemente il senso che attribuisco alla parola horror: non più ciò che disgusta e che non fa paura, ma ciò che fa una paura matta, ciò che può quasi comportare una regressione dello spettatore, il quale dovrebbe inconsciamente riuscire a rivedere sé stesso all'interno della storia.
La maestria con cui vengono inseriti dettagli all'apparenza inutili o inspiegabili che però prima o poi troveranno un loro ruolo, i giochi di colori, le ricorrenti scene surrealiste, i suoni e le colonne sonore ai limiti dell'esasperazione (spesso incredibilmente oniriche e decadenti), sono come le gocce di cioccolato nelle Gocciole: rendono assolutamente indimenticabile quello che già di per sé è un ottimo prodotto.

Una menzione speciale in tutto questo discorso la merita un film che -mea culpa- ho visionato soltanto una manciata di ore fa: sto parlando di "Eyes wide shut" del già citato Stanley Kubrick.
Anche in questo caso, un film davvero ben costruito, inquietante oltre ogni limite (ma la scena del rituale? E quella in cui Bill Halford torna a casa e trova la moglie Alice addormentata vicino la maschera?). Un titolo eccezionale sotto tutti i punti di vista, come in “Strade Perdute” sempre a cavallo tra ciò che è la realtà e ciò che è l'immaginazione, ciò che è il bisogno di trasgressione e al contempo di una stabilità che renda allo stesso tempo possibile e distante la trasgressione stessa (l'ultima frase del film ne è una perfetta dimostrazione).

Ancora oggi non ho idea di quale sia il motivo esatto per cui i titoli di cui ho parlato mi abbiano sconvolto così tanto: forse perché, a differenza di tanti altri, toccano corde dell'animo umano molto più profonde e complesse, sondando meccanismi inconsci e paure profonde, molto più recondite di quelle toccate dagli horror canonici (che parlano solo morte, corpi sbudellati e maciullati nei modi più orrendi, zombies, sadici senza cuore); Vengono trattati temi molto più tipici (la sessualità, i conflitti interiori Es e Super Io che plasmano l'Ego, la labile e mai certa differenza tra αλήθεια, ὄνειρος e Ψευδαίσθηση, realtà, sogno ed illusione), la perdita di tutte le certezze su cui si fonda la nostra vita quotidiana, etc.


Insomma, inquieta perché sa dove colpire, sa quali sono i punti dell'animo umano sensibili a queste manipolazioni (chi studia la psiche umana potrebbe capirlo e spiegarlo molto meglio di me, ne sono certo), e colpisce nel modo giusto, a dimostrazione che si può fare un horror senza spargere una goccia di sangue (o quasi), e che tutti i film che anno dopo anno ci vengono spacciati per HORROR non hanno proprio niente di HORROR, ma semmai di “ORRIDO”, che è ben diverso e molto meno nobile. Chiunque potrebbe essere il protagonista di uno di questi film, perché quelle luci e quelle tenebre, che lo si voglia o no, sono parte integrante e fondamentale di ciò che siamo. Registi come Lynch raccontano di loro stessi -raccontano di noi stessi- e lo fanno in maniera davvero perfetta.

Per cui se anche voi vi siete chiesti "perché diavolo questi film horror mi fanno ridere o mi fanno schifo", beh, ora avete una risposta, alla faccia di un Enigmista qualunque.

giovedì 24 novembre 2016

Gemma #3 - The show must go on

24-11-2016

"Fairytales of yesterday will grow but never die"
https://www.youtube.com/watch?v=t99KH0TR-J4


Questo brano è per me qualcosa di più che una bella canzone di un gruppo che mi piace molto... molto di più!

Uno dei miei primissimi ricordi risale a quando avevo 4 anni, e dalla macchina di mio padre sentii per la prima volta questo pezzo. Quella musica inquietante e tenebrosa all'inizio, quella voce potente e malinconica, i ritmi incalzanti ma sempre cupi... quasi come se non ci fosse speranza. Ricordo che quasi mi fece piangere, ma allo stesso tempo mi prese al punto che la volli riascoltare da capo.

Due anni dopo, trovai la fonte di quel brano, una musicassetta di Innuendo dei miei genitori. Dopo aver imparato dai miei come funzionava lo stereo, la consumai letteralmente su questo brano, la cantavo e la ricantavo, compresi i 27 "go on" finali! 

Non mi bastava più... Iniziai ad "espandermi", a sentire Bijou e poi di seguito tutte le altre, dall'inizio alla fine... Fu amore totale. Avevo appena compiuto 7 anni, e già sapevo un sacco di cose su omosessualità e malattie veneree, sognavo di suonare la chitarra elettrica e di farmi crescere i capelli lunghi come Brian May e i baffi di Freddie Mercury. 

Questo era l'impatto che aveva avuto su di me un singolo brano. Cercavo letteralmente qualsiasi cosa nelle enciclopedie a scuola o su quella multimediale nel pc. In biblioteca, trovai due libri che imparai a memoria: la biografia ufficiale e il libro con i testi e le traduzioni di tutte le canzoni: chiesi a mia mamma se poteva fotocopiarmi quest'ultimo, e lei incredibilmente lo fece: le imparai TUTTE a memoria.

Festeggiai il carnevale in classe dalle suore vestito da Freddie Mercury, con tanto di baffi finti e vestito. Quando andavamo in auto, esigevo che i miei mettessero a rotazione le musicassette dei Queen che avevano, che poi erano solamente Innuendo, Jazz, The miracle e A kind of magic. 



Una volta tenni mia zia per oltre un'ora a cantare con me The show must go on (una santa, devo dire); un'altra sera, su MTV davano uno speciale sui Queen ma mia mamma si dimenticò di registrarmelo: per consolarmi, tornò a casa col DVD live at Wembley, e poter vedere un concerto dei Queen dopo anni di sole musicassette fu incredibile... quel palco gigante, tutta quella gente... l'avrò visto e rivisto 

almeno 100 volte, sognando di essere li con loro. Regali di Natale? La compilation con le 3 Greatest Hits, ovviamente, o il dvd Greatest Video Hits. E non ero ancora alle medie...


Cosa mi colpì a tal modo dei Queen, e di Freddie, non saprò mai spiegarlo: lo sguardo, la potenza della voce, il disinteresse per le convenzioni sociali, la teatralità... non lo so davvero, ma colpì in un modo tale da lasciare in me un'impronta indelebile!























Avrei decine di aneddoti più o meno divertenti, ma alla fine il punto è uno solo: devo moltissimo a questo brano, a quando quasi 20 anni fa sentii quasi per caso queste melanconiche note e fui pervaso dallo Stimmung; ed è per questo non posso dimenticare la data del 24 novembre, la data in cui ha avuto fine quella pazza vita piena di eccessi e di smodatezza, in cui quella voce meravigliosa è stata messa a tacere per sempre: ma come la fenice che lui tanto amava, fortunatamente rinasce ogni volta grazie alla musica che ci ha lasciato in eredità. 



Perché, come ci hanno insegnato proprio loro, The show must go on.


In lovely memory of Freddie Mercury (05/09/1946 - 24/11/1991)


"Empty spaces - what are we living for
Abandoned places - I guess we know the score
On and on, does anybody know what we are looking for...
Another hero, another mindless crime
Behind the curtain, in the pantomime
Hold the line, does anybody want to take it anymore
The show must go on,
The show must go on
Inside my heart is breaking
My make-up may be flaking
But my smile still stays on.
Whatever happens, I'll leave it all to chance
Another heartache, another failed romance
On and on, does anybody know what we are living for?
I guess I'm learning, I must be warmer now
I'll soon be turning, round the corner now
Outside the dawn is breaking
But inside in the dark I'm aching to be free
The show must go on
The show must go on
Inside my heart is breaking
My make-up may be flaking
But my smile still stays on
My soul is painted like the wings of butterflies
Fairytales of yesterday will grow but never die
I can fly - my friends
The show must go on
The show must go on
I'll face it with a grin
I'm never giving in
On - with the show -
I'll top the bill, I'll overkill
I have to find the will to carry on
On with the show -
On with the show -
The show must go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on...
go on..."


lunedì 21 novembre 2016

Gemma #2 - La dominatrice incontrastata

La dominatrice incontrastata


Che cosa mi attendo?
La decadenza fisica, la vecchiaia e poi la Morte.
La Morte da sempre dominatrice incontrastata,
con falce affilata miete le generazioni dei viventi,
spesso ingiustissima!
E intanto ch'io scrivo, Lei miete!
E i cadaveri si sovrappongono ai cadaveri...
E ciò che rimane di una vita,
di un cuore che ha tanto amato e sofferto,
oltre all'effimero ricordo in chi resta,

è l'oblio!


venerdì 18 novembre 2016

Gemma #1 - Dirge for November

Canto funebre di Novembre

-giusto per ravvivare l'atmosfera-

Non mi capacito di come possano esistere persone che non apprezzano... O forse sì.



Basta guardare dentro se stessi,
basta scrutare in ciò che siamo veramente,
sotto le maschere nelle quali ci crogiuoliamo 
quotidianamente,
soffiati via i traballanti castelli di carte
sotto ai quali troviamo rifugio,
vaporizzata ogni illusione. 

Può volerci tempo -le barriere che la nostra mente pone
talvolta sono molte e apparentemente impenetrabili-,
ma una volta superato ogni schema la realtà appare, 
lampante. 

Ognuno di noi è del tutto solo, effimero, sperduto
in un infinito cosmo totalmente disinteressato
e indifferente; 
costretto a vivere in un contesto alieno e inospitale, 
al quale è necessario adattarsi:
bisogna accettarlo, ed è impossibile.

Dove andare? Quando andare? Soprattutto,

Perché andare? 

Prometeo credendo di fare cosa nobile
donò all'umanità ragione e memoria,
ma io dico che così facendo commise il più atroce dei delitti:
ciò che ci eleva è la base stessa della nostra sciagura. 

Certamente è più semplice trovare appigli
all'apparenza confortevoli -ma pur sempre caduchi
ed abbisognanti di continue conferme-
con cui rafforzare le proprie illusorie consolazioni:
sentire di valere qualcosa,
di fare qualcosa di importante
-di indispensabile!-,
sapere di significare qualcosa
almeno per qualcuno, se non per molti;
e così riuscire a domare l'Insormontabile Confine, 
quantomeno attraverso la memoria... 

L'illusione ci corrompe.
L'illusione ci frustra.
L'illusione divora tutta la nostra essenza.
L'illusione è però fragile: arriva
inesorabilmente
il momento nel quale il giocattolo va
in pezzi, si infrange in mille frammenti: 
e chissà se potranno mai
più ricomporsi!

...Oppure no...

In fondo, basta mantenersi proiettati verso
l'esterno, continuare a guardare
altrove, obnubilando la propria autocoscienza
ancora per un altro po'...

...e un altro po'...



...un altro po'...








"Lost, here is nowhere
Searching home still
Turning past me, all are gone
Time is now
The omen showed, took me away
Preparations are done, this can't last
The mere reflection brought disgust
No ordeal to conquer, this firm slit
It sheds upon the floor, dripping into a pool
Grant me sleep, take me under
Like the wings of a dove, folding around
I fade into this tender care"