lunedì 28 novembre 2016

Gemma #4 - Perché i film horror non sono film horror

Perché i film horror non sono film horror

(alias "Riflessione senza scopo e non richiesta sul concetto di horror, condotta da un totale incompetente e profano della materia)



A molti piacciono i film horror, questo è un dato di fatto.
Così, è un dato di fatto che io appartengo a quella cerchia di persone che quando guarda un film esige che questo sia in grado di segnarmi profondamente, sia in grado di toccare corde del mio animo che normalmente tendo ad ignorare o a sopprimere.
Funziona un po' come con la musica: anche con i film tendo ad essere parecchio selettivo. Beninteso: questo non significa certo che mi annoio guardando film frivoli o che si limitano a raccontare storie (non per niente mi sono goduto tantissimo la trilogia di LotR e l'esalogia di Star Wars, e mi piacciono molto i Lunapop), solo che ci sono film che hanno una marcia in più, e restano impressi indelebilmente.
Naturalmente, il mio giudizio non muove da accurati studi tecnici, studio tutt'altro e mi limito a un discorso molto pressapochista e che sicuramente non tiene conto di svariati fattori (il Signore mi perdonerà), ma cerchiamo di proseguire.

Da amante del genere horror ho iniziato a guardare fin dagli 11-12 anni i vari lavori che via via uscivano nelle sale: la saga di The Ring, l'Esorcismo di Emily Rose, Le colline hanno gli occhi, Il collezionista di occhi (con un ottimo Kane devo dire!), Hostel (e i due sequels), Non aprite quella porta, la saga di Saw, e potrei citarne molti altri ancora! 
Credevo, fino a una dozzina di mesi fa, di avere capito tutto del genere horror.
Avevo però una domanda che mi ronzava in testa, fissa: ma perché questi film NON mi fanno paura?
Com'è possibile che io sia del tutto insensibile alle scene mostrrate nei vari titoli?

Alla base di questo assurdo fraintendimento c'era il convincimento, inculcato nella mia giovane mente dalla cultura dominante e dai produttori stessi, che “horror” equivalesse a “splatter”: sangue, organi spappolati, crudeltà e violenza esagerate e totalmente gratuite, mostri che compaiono con urla fragorose all'improvviso e che ti fanno “prendere un colpo”, o quantomeno sobbalzare (ma non certo per paura, quanto invece per un riflesso naturale e spontaneo evolutivamente vantaggioso).
Davvero le persone si accontentano di questo per spaventarsi? Davvero non ci si chiede perché i film horror degli ultimi 20 anni fanno (letteralmente!) schifo, fanno ribrezzo, sono estremamente disgustosi e repellenti, scatenano tutte le sensazioni negative immaginabili ma non quella fondamentale per la quale -di base- esistono: la paura. Da qui il mio problema, la mia delusione, la mia reticenza e svogliatezza nel cercare nuovi titoli.

Ma la soluzione era più semplice di quanto sembrasse: perché aspettarsi qualcosa nel futuro, quando è sufficiente scrutare nel passato?

Un'epifania che mi venne per puro caso, dopo aver visto Full Metal Jacket (ovviamente solo per la scena epica di “Chi ha parlato? CHI CAZZO HA PARLATO?”, come i miei 14 anni di età mi imponevano di fare) mi spinsero a considerare l'idea di approfondire il buon vecchio Stanley Kubrick.

Un primo avviso di cosa l'horror dovesse essere lo ebbi qualche anno fa, guardando Shining. Un film che non ha nulla di splatter, non ci sono persone spappolate da giochi perversi ideati da una mente malata, niente di tutto quello che caratterizza i film “horror” di oggi. Eppure, quel film mi tenne col fiato sospeso dall'inizio alla fine, e mi lasciò inquietato: così come, pur non appartenendo prettamente al filone horror, mi lasciarono inquieto titoli come “2001: Odissea nello spazio” e “Arancia Meccanica”. Obiettivamente, prendete la scena dello stupro di Arancia Meccanica, in cui Alex si dedica all'ultraviolenza cantando “Singin' in the rain”: un accostamento del genere, un gesto così violento e becero accostato a una melodia così notoriamente spensierata e fanciullesca, è un vero e proprio pugno nello stomaco per lo spettatore; per non parlare del processo psicofisico che Alex deve giocoforza affrontare durante lo svolgimento del film, e il risultato cui si perviene alla fine; prendete la scena dell'interminabile dialogo-regressione di Hal 9000 con David Bowman, o la sequenza finale del film. Insomma, prendete una qualsiasi di queste scene e paragonatele alla scena in cui Samara esce da una tv: quale vi lascerà più scossi, più scioccati, quale vi colpirà maggiormente?

Tuttavia, il bello deve ancora venire.



Durante una torrida serata di giugno, mi sono scontrato con il regista che mi ha segnato maggiormente nel profondo: David Lynch. 


Ho dovuto fare fin dall'inizio i conti con il film (almeno a mio avviso) più bello e al contempo più sconvolgente della sua filmografia: sto parlando di "Mulholland drive".
In pratica ho trascorso due ore e venti minuti di film quasi senza respirare, cercando di capire come collegare le cose che mi venivano gettate in faccia senza un senso apparente: salti temporali incoerenti, attrici che improvvisamente intrerpretavano un ruolo diverso, incomprensibile alternarsi di coscienza e incoscio, di realistico e di onirico, di reale e di immaginario.
La prima domanda che mi venne spontanea giunto al termine fu: “Ma che cazzo ho appena visto?”. Il cuore mi batteva a mille, non riuscivo a darmi una spiegazione, non sapevo cosa pensare. Ricordo che quella notte non riuscii ad addormentarmi, girandomi e rigirandomi tra i cuscini arrovellandomi la mente su quale potesse essere il senso del film, e soprattutto del perché mi avesse lasciato così a disagio.

Nonostante io abbia riguardato il film, e abbia ricostruito in maniera efficace buona parte delle situazioni apparentemente paradossali, resta un alone di mistero e di ansia che caratterizzano gli altri titoli di Lynch che ho potuto gustare: “Velluto blu”, la serie “Twin Peaks” e soprattutto il bellissimo “Strade perdute”. Di quest'ultimo in particolare ho un ricordo meravigliosamente brutto: infatti pur essendo molto meno contorto di “Mulholland drive”, è anch'esso un vero e proprio proiettile allucinogeno sparato contro la mente dello spettatore, centrifugata dall'intecciarsi di trame e dall' onnipresente aleggiare del doppelgänger dei vari protagonisti della storia originaria. Un cocktail devastante in grado di causare sconforto, paura e insonnia, nel tentativo -impossibile- di trovare una spiegazione razionale in grado di restituire la sicurezza perduta con il prosieguo del film.

Lynch ha cambiato potentemente il senso che attribuisco alla parola horror: non più ciò che disgusta e che non fa paura, ma ciò che fa una paura matta, ciò che può quasi comportare una regressione dello spettatore, il quale dovrebbe inconsciamente riuscire a rivedere sé stesso all'interno della storia.
La maestria con cui vengono inseriti dettagli all'apparenza inutili o inspiegabili che però prima o poi troveranno un loro ruolo, i giochi di colori, le ricorrenti scene surrealiste, i suoni e le colonne sonore ai limiti dell'esasperazione (spesso incredibilmente oniriche e decadenti), sono come le gocce di cioccolato nelle Gocciole: rendono assolutamente indimenticabile quello che già di per sé è un ottimo prodotto.

Una menzione speciale in tutto questo discorso la merita un film che -mea culpa- ho visionato soltanto una manciata di ore fa: sto parlando di "Eyes wide shut" del già citato Stanley Kubrick.
Anche in questo caso, un film davvero ben costruito, inquietante oltre ogni limite (ma la scena del rituale? E quella in cui Bill Halford torna a casa e trova la moglie Alice addormentata vicino la maschera?). Un titolo eccezionale sotto tutti i punti di vista, come in “Strade Perdute” sempre a cavallo tra ciò che è la realtà e ciò che è l'immaginazione, ciò che è il bisogno di trasgressione e al contempo di una stabilità che renda allo stesso tempo possibile e distante la trasgressione stessa (l'ultima frase del film ne è una perfetta dimostrazione).

Ancora oggi non ho idea di quale sia il motivo esatto per cui i titoli di cui ho parlato mi abbiano sconvolto così tanto: forse perché, a differenza di tanti altri, toccano corde dell'animo umano molto più profonde e complesse, sondando meccanismi inconsci e paure profonde, molto più recondite di quelle toccate dagli horror canonici (che parlano solo morte, corpi sbudellati e maciullati nei modi più orrendi, zombies, sadici senza cuore); Vengono trattati temi molto più tipici (la sessualità, i conflitti interiori Es e Super Io che plasmano l'Ego, la labile e mai certa differenza tra αλήθεια, ὄνειρος e Ψευδαίσθηση, realtà, sogno ed illusione), la perdita di tutte le certezze su cui si fonda la nostra vita quotidiana, etc.


Insomma, inquieta perché sa dove colpire, sa quali sono i punti dell'animo umano sensibili a queste manipolazioni (chi studia la psiche umana potrebbe capirlo e spiegarlo molto meglio di me, ne sono certo), e colpisce nel modo giusto, a dimostrazione che si può fare un horror senza spargere una goccia di sangue (o quasi), e che tutti i film che anno dopo anno ci vengono spacciati per HORROR non hanno proprio niente di HORROR, ma semmai di “ORRIDO”, che è ben diverso e molto meno nobile. Chiunque potrebbe essere il protagonista di uno di questi film, perché quelle luci e quelle tenebre, che lo si voglia o no, sono parte integrante e fondamentale di ciò che siamo. Registi come Lynch raccontano di loro stessi -raccontano di noi stessi- e lo fanno in maniera davvero perfetta.

Per cui se anche voi vi siete chiesti "perché diavolo questi film horror mi fanno ridere o mi fanno schifo", beh, ora avete una risposta, alla faccia di un Enigmista qualunque.

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