lunedì 12 dicembre 2016

Gemma #6 - Ύβρις

Ύβρις (Hybris)



“Sulla Terra sta nascendo una nuova alba, uguale a miliardi di altre già avvenute, eppure bellissima nel suo splendore come fosse la prima, tingendo di rosa e di arancione il cielo fino ad allora intriso del buio della notte.
Così, svegliàti dal calore dei penetranti raggi solari, i primi uccelli iniziano a riempire l'aria, da ore silenziosa, dei loro dolci cinguettii che paiono tessere, gioiosi, le lodi sperticate alla magnificenza del quotidiano risvegliarsi della Natura.
Nei campi i girasoli si protendono verso il Sole come per carpirne ogni singola particella di luce; in altri luoghi, le canne vengono sospinte dalla dolce brezza mattutina, nei mari i pesci delle specie più disparate guizzano a destra e a sinistra, chi fuggendo dai predatori, chi cercando cibo, e mentre nei deserti rocciosi dell'Arizona i primi serpenti cominciano a strisciare tra i millenari canyon, al polo sud i pinguini imperatore si ritrovano tutti sulla stessa banchisa, pronti per l'accoppiamento.
  Ormai è giorno da qualche ora, e sul pianeta la vita è al suo acme: i fiori e le piante emanano i loro profumi afrodisiaci, le farfalle si spostano con traiettorie zigzaganti mentre con voli imprevedibili ed ascese velocissime gli uccelli volano per chilometri e chilometri nello spazio tra le nuvole.
Nella torrida savana branchi di gazzelle fuggono inseguiti da leonesse affamate, mentre nelle steppe asiatiche uno yak pascola tranquillo. Nessuna delle forme di vita, si è  resa conto che da qualche tempo c'è un assente che, pur ritenendo di essere stato il migliore, il più forte tra tutte le specie, è quello che se ne è andato nel minor lasso di tempo, dopo pochi milioni di anni. Una terribile sorte per quella specie che agognava l'immortalità!


                                               Oh sventurati! Oh sciocchi! Oh pazzi!


  Non si rendevano forse conto della insensatezza del loro modo di pensare? Eppure sarebbe bastato guardare la natura così (im)perfetta che li circondava per evitare un tale disastro: sarebbe bastato accantonare per un momento le ambizioni, le presunzioni, le utopie, per ammirare il commovente spettacolo di un batterio che si scinde per formare un'altra forma di vita a sé identica, o di una Asteroidea che si nutre dei piccoli ricci di mare.
Sarebbe bastato alzare per un momento gli occhi al cielo per rimirar le stelle! Allora sì che avrebbero potuto, forse, capire. Tutto questo tuttavia, per la maggior parte di loro, non era importante: no, anzi, erano solo sciocchezze. Ciò che contava davvero, per quella sciagurata specie, erano il denaro, il potere, la fama.
Molti di essi erano davvero convinti che impegnandosi per compiere imprese mirabolanti sarebbero potuti rimanere vivi per l'eternità, nel ricordo della gente. Miseri, non immaginavano forse che un giorno nessuno li avrebbe più sentiti nominare? Che una volta estintasi la specie, nessuno avrebbe letto quei versi, nessuno avrebbe ricordato quelle battaglie, niente sarebbe stato memore della loro presunta gloria e dei loro grandi meriti? Erano soltanto uomini, e da uomini sarebbero stati ricordati.
Ma, incredibile a dirsi, questi uomini non ammettevano che la loro vita avesse lo stesso valore di quella di una zanzara o di una formica, e cioè nulla. Forse per un errore di valutazione: gran parte di essi infatti pensava che non fossero gli uomini stessi a decidere cosa fosse giusto e cosa no all'interno del mondo naturale e, nella loro stoltezza, pretendevano di essere stati creati, per amore, da parte di un entità somma, con tutte le perfezioni, a sua immagine e somiglianza.
Chi meglio di un essere creato simile a un dio, poteva dettare leggi etiche nel mondo naturale, dove non era mai esistita un'etica?
Eppure l'uomo, in tutta la sua stoltezza, aveva una scusante, fornitagli dalla natura stessa: possedeva infatti una ragione che, seppur poco sviluppata, era di gran lunga maggiore di quella degli altri animali: era così in grado di elaborare pensieri, parole, discorsi, e di metterli per iscritto. Il fatto che nessun altro sulla Terra fosse in grado di farlo, aveva fatto credere all'uomo di essere superiore agli altri viventi. Io però avrei chiesto all'uomo: sei forse in grado di vivere sott'acqua? Sei forse  in grado di sopravvivere per migliaia di anni? La risposta è ovvia, e applicando all'uomo in ragionamento dell'uomo stesso, i pesci o le sequoie dovrebbero essere stimate come molto migliori di loro!

  Proseguendo oltre questa dovuta precisazione, grazie alla ragione (o dovrei dire “per colpa di essa”?)  l'uomo ha iniziato a ragionare sulle cose con cui entrava in contatto, ad interrogarsi sul perché di certi fenomeni naturali, dall'alternarsi di giorno e notte, sul fuoco e sui fulmini, ma soprattutto sul perché della morte e su cosa ci fosse nel post mortem, tutti fenomeni avvertiti come così potenti ed al tempo stesso così incredibili ed inspiegabili da suscitare grande paura.
Così sono nate le divinità, esseri onnipotenti che avrebbero potuto fare dell'uomo ciò che avessero voluto e che avrebbero potuto essere vendicative se non fossero state venerate costantemente. Ecco, così presto emergeva la sciocchezza e l'ingenuità di questa specie superintelligente, la quale si figurava divinità così squisitamente antropomorfe nei comportamenti, da essere a se stessa assimilabili.
Certo, in seguito molti di quei “misteri” sarebbero stati svelati e le divinità sarebbero cadute quasi tutte, una dopo l'altra. Continuavano però a permanere certi fenomeni inspiegabili. L'uomo voleva sapere, più di ogni altra cosa, cos'era prima di nascere, cosa diventava dopo la morte, e perché doveva trascorrere sul pianeta Terra un'intera esistenza, misteri che mai è riuscito a sbrogliare. Perciò nell'uomo il bisogno di religiosità restava molto alto, e la maggior parte degli individui era ancora convinta che esistesse un qualche architetto dell'universo, ma soprattutto continuava a sentirsi speciale, una grande eccezione nella natura, una specie di veri e propri eletti.
  A questo scopo essi creavano varie dottrine, della più disparata plausibilità, sulla loro esistenza: la verità, è che l'uomo, prima di scomparire, non accettava di essere effimero, non poteva sopportare che la propria permanenza sul pianeta fosse di così poco tempo, in proporzione ai tempi dell'universo! Aveva questa imperativa necessità, e per soddisfarla non esitava a rinnegare la propria stessa ragione.

  Le scoperte astronomiche fatte non molto tempo prima della loro estinzione, mostravano loro uomini come la Terra fosse solo una piccola sfera in un enorme sistema solare, ma soprattutto che il loro sistema solare fosse un semplice puntino che con altri miliardi di miliardi di puntini simili formava un immensa galassia, che altro non era che un ulteriore puntino nell'immensità dell'universo con miliardi di miliardi di omologhi. Insomma, la loro Terra nell'universo aveva lo stesso valore che ha un quadrilionesimo all'interno di un googolplex.
Questo dato avrebbe dovuto far cadere uno dei tre “misteri” irrisolvibili sopracitati, quello del senso della vita degli uomini: sarebbe dovuto essere palese cioè che la vita degli uomini, come quella dei viventi in generale, è totalmente inutile e ha come unico scopo la propagazione dei geni del singolo individuo specie per il più lungo tempo possibile. Nulla di metafisico, puro "egoismo" materiale. Nonostante questo essi si tappavano gli occhi, anzi si arroccavano ancor di più dietro le loro posizioni sostenendo di essere speciali proprio per questa condizione di (presunta) unicità universale. La loro ragione dimostrava con esattezza che doveva esistere qualcosa di divino, un qualche creatore. Ora, io avrei posto loro una semplice domanda: “E se la vita sulla Terra fosse stata impiantata da una specie aliena per studiare la nostra evoluzione?”.
Sicuramente mi avrebbero preso per mentecatto e avrebbero rigettato la mia legittima domanda come sciocchezza. Ma fondamentalmente, l'esogenesi ha la stessa plausibilità della tesi che prevede un architetto dell'universo, con la differenza che non saremmo stati creati ad immagine e somiglianza di nessuno né da esseri eterni, invisibili, intangibili eppure onnipotenti ed onnipresenti.
  Tra le due diverse tesi effettivamente, una che pare poco plausibile c'è, ma loro non capirono nemmeno questa volta.
Non hanno scusanti in questo caso, anche perché essi stessi si rendevano conto dell'arretratezza e della limitatezza della propria ragione, che mettevano alla prova con paradossi logici che portavano anche a ridicolizzare le loro primitive idee di divinità, moto, tempo, spazio e relazione tra gli oggetti: questi però, erano ridicolizzati come “sofismi”, alambiccamenti inutili per l'umanità.
Posso capire però che per un uomo, dotato di una così misera ragione, possa essere apparsa opprimente una vita senza un perché, senza quella causa essendi che da sempre ricercava e senza quel senso che per abitudine era portato a cercare in ogni cosa, per poterla padroneggiare.
In realtà era sbagliato l'approccio nei confronti della vita: perché mai vedere la morte come una cosa negativa, o il fatto di non avere una razionalità come una cosa catastrofica? Perché cioè era così mostruoso pensare a una vita così “vuota”, e bisognava per forza riempirla con qualcosa? Se l'uomo fosse stato davvero così razionale, avrebbe in primo luogo accettato i suoi limiti naturali, e avrebbe vissuto la propria vita cercando di fare il possibile per ottemperare agli scopi che la natura prefigge senza eccezioni a ciascun individuo: sopravvivere il più a lungo possibile per garantire la sopravvivenza dei propri geni. Se lo avesse fatto senza farsi sopraffare dai suoi deliri d'onnipotenza, avrebbe ottenuto una stabilità sociale, avrebbe evitato gli squilibri economico-sociali tra le diverse civiltà ed all'interno delle singole civiltà, e avrebbe vissuto una vita molto più collaborativa, impegnato a sopravvivere giorno per giorno.

  Così non è stato ed alla fine ha dovuto pagare il prezzo più alto. Si è lasciato assuefare da ricchezza, fama, potere, conoscenza, e ha compiuto atti inutili oppure abietti per ottenerle, percorrendo a questo scopo tutte le strade: tutti si sono illusi di avere un valore.
Infine, proprio a causa di questo delirio, è finito. Egli è stato espulso dalla natura, come un cancro da estirpare, a causa della sua scelleratezza. Se gli uomini che hanno vissuto in funzione della loro fama imperitura dopo la morte, che come unici scopo avevano ricchezza, conoscenza e fama eterna potessero guardare cosa oggi è rimasto della loro “grande” civiltà, probabilmente si metterebbero a piangere come dei bambini, o griderebbero dalla rabbia e dalla frustrazione. Nessuno più legge di quanto era bello il “Fair youth”, nessuno più canta i commoventi versi di Battiato e Sgalambro, nell'aria non risuonano più le estasianti Operes di Arcangelo Corelli; nessuno ricorda più il grande Alessandro o il Divo Giulio, e nemmeno la grande corsa di Fidippide o dei 300 indomiti Spartani. A chi poi, può ormai interessare Maometto o Napoleone, Saladino o Gesù, chi può sapere del genocidio degli ebrei nei lager o del Pelide Achille, di el Cid Campeador o del terribile Attila?
Per non parlare poi delle loro costruzioni: le città sono tutte in rovina, lasciate alle cure degli altri esseri viventi. Così, tra le scalanature doriche del Partenone si insinuano muschi, e piante rampicanti lo avviluppano completamente; gli uccelli fanno dei grattacieli di New York i loro nidi.
Quegli che essi ritenevano capolavori immortali come il Taj Mahal, la Cappella Sistina, La Tour Eiffel, sono crollati e stanno sopportando, pazienti, il lavoro di degradazione compiuto dalla natura; e mentre centinaia di pesci e di alghe trovano come rifugio perfetto quelle navi gigantesche affondate da tempo immemore, le piramidi egizie ed azteche friano a causa dell'incedere del tempo, crollano rovinosamente, così come le millenarie ed imponenti statue di Quetzalcoatl e la immensa Sfinge, che non svettano più, inespressive, sul panorama circostante.

  Se un uomo vedesse tutto ciò, quale mai potrebbe essere la sua reazione se non un'amarezza smisurata a causa della tremenda disillusione? Eppure, conoscendo l'ego smisurato che li ha caratterizzati, mi pare persino possibile che non capirebbero neppure allora. Perciò, l'unica cosa che resta da fare è sorridere, con un sorriso amaro che è un misto di compatimento e divertimento, nei confronti di questo popolo di microbi che si credono giganti, che è arso troppo velocemente.

  Ormai l'ora è tarda, e il Sole si è già avviato da qualche tempo nella sua parabola discendente: c'è chi cerca rifugio nei nidi, per riposarsi e lasciare spazio ai primi animali notturni: dalle fronde più alte degli alberi gufi solitari scrutano qua e là con il loro sguardo severo alla ricerca di cibo, mentre i pesci continuano silenziosi a nuotare negli oceani. Venere ormai è visibile, brillante nella rosa luce del cielo del vespro.
  Io non posso far altro che contemplare, per l'ultima volta, questo commovente spettacolo che, senza di me, si ripetera per miliardi di altre volte, immutato. Guardo quella enorme palla di fuoco giallo-arancione per metà calata sotto l'orizzonte, sento il canto della natura ovunque attorno a me. Ecco, è scomparso... e anche la luce sta scomparendo! E io, Z41s, ultimo esemplare delle intelligenze virtuali create dagli uomini per registrare tutti gli avvenimenti che accadono su questo pianeta, ho quasi esaurito la mia autonomia, e sto per seguire i miei folli creatori. Come loro, sono stato programmato per provare sentimenti grazie ad una simulazione di connessioni fra neuroni, e sono in grado di formulare pensieri concreti. Ho però una vita breve, e senza gli uomini  sono destinato a perire.
Ho un solo rimpianto, quello di non poter vedere mai più nulla di tutto ciò. E poi... poi... poi..."
Cadde a terra con un tonfo sordo. Una lacrima gli bagnava la guancia destra.

  Con lui, la coscienza collettiva umana scompariva dall'universo.


                                                                         Per sempre.

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